1 Ed entrato di nuovo giorni dopo in Cafarnao,
si udì che è in casa.
2 E si riunirono molti,
così che non c’era più posto
neanche davanti alla porta,
e diceva loro la Parola.
3 E giungono portando a lui
un paralitico
sollevato da quattro.
4 E, non potendo portarglielo dinanzi
a causa della folla,
scoperchiarono il tetto dove si trovava
e, fatta un’apertura,
calano il lettino
dove giaceva il paralitico.
5 E vista Gesù la loro fede,
dice al paralitico:
Figliolo,
sono rimessi a te i peccati.
6 Ora c’erano alcuni degli scribi
lì seduti
a ragionare nei loro cuori:
7 Perché costui parla così?
Bestemmia!
Chi può rimettere peccati
se non il solo Dio?
8 E subito, conosciuto Gesù nel suo spirito
che così ragionavano in se stessi,
dice loro:
9 Perché così ragionate nei vostri cuori?
Che cosa è più facile:
dire al paralitico:
Sono rimessi a te i peccati
o dire:
Destati,
solleva il tuo lettino
e cammina?
10 Ora, perché sappiate
che il Figlio dell’uomo
ha potere
di rimettere i peccati
sulla terra,
11 dice al paralitico:
Io ti dico:
Destati,
solleva il tuo lettino
e va’ alla tua casa!
12 E fu destato
e subito, sollevato il lettino,
uscì davanti a tutti,
sì che rimasero fuori di sé tutti
e glorificavano Dio dicendo:
Così non abbiamo mai visto!
(trad. a cura di p. Silvano fausti)
La
liturgia, in questa ultima domenica del tempo ordinario prima del cammino della
quaresima che ci porterà alla Pasqua, ci presenta il famoso brano del
paralitico di Marco.
E’ un
brano che a me piace sempre moltissimo e che ogni volta mi colpisce nel
profondo.
Proviamo a
toccare alcuni punti insieme.
La gente
ha “fame” della Parola e si riunisce dove Gesù è, anche a costo di rimanere
fuori; ma non per tutti è così!
La gente
ha sete, è stanca di ascoltare le parole degli scribi che interpretano le
scritture a modo loro facendo diventare il seguire Dio un fardello duro da
sopportare.
Gesù ha un
altro modo di parlare. Parla di misericordia, parla di perdono, parla di una
via possibile e nel parlarne ne porta a tutti l’esperienza nel suo vivere
quotidiano.
La gente
ha fame non di cose nuove, ma di cose vere e quando ne fa esperienza si muovono
le folle. E nelle folle vi è racchiuso un po’ di tutto: c’è chi onestamente è
in ricerca, c’è chi curiosamente sta a sentire e c’è anche chi partecipa esclusivamente
per giudicare. Non è forse così ancora oggi?
Il brano
di oggi non dice ne più ne meno l’esperienza che molti discepoli hanno poi
sperimentato nel corso degli anni.
Come
dicevamo, Gesù, ha un modo nuovo di raccontare il volto di Dio, ha l’Amore che
fa innamorare l’uomo di Dio, che fa rendere conto all’uomo che prima di essere
lui ad amare Dio è da Dio Padre stesso che è amato per primo. E questa non è
una cosa da poco. Quando un uomo capisce questa profonda verità si ritrova
assetato di questo e va alla ricerca del volto nuovo di Dio. Non succede forse
questo ancora oggi?
Quando troviamo
un discepolo che, attraverso la forza dello Spirito, annuncia il vero volto di
Dio non è forse preso d’assalto da chi ha fame di udire parole su quel volto?
Ma,
purtroppo, anche da chi difende la sua posizione costruita su religiosità falsa
e conveniente va a lui?
Gesù non
si fa intimorire dalla presenza degli scribi e non rinuncia alla gioia di far
sapere alla folla che l’Amore di Dio Padre è un amore che perdona e ne
approfitta alla prima occasione che gli si presenta. Ma andiamo con ordine.
La gente è
tanta e lo spazio è poco. Alcuni decidono di portare di fronte a Gesù un caso
concreto: un paralitico.
Io credo
che è possibile anche un attimo staccarci dalla solita veduta che inquadra gli
amici del paralitico come coloro che si fanno carico della sua malattia, di
coloro che pregano per lui. Io credo che possiamo rischiare anche di essere più
spregiudicati nell’affermare che coloro che portano il malato di fronte a Gesù hanno
tutt’altra intenzione: provocare!
Sì
provocare …
“Gesù …
continui a dire che Dio è buono, che è Amore, che ci vuole bene … allora perché
ha punito quest’uomo se è così dalla nascita?” La domanda è ovvia e non
possiamo dire che non la faremmo anche noi. Non dimentichiamoci poi una cosa
fondamentale ai tempi di Gesù (e che ancora vive tra i pensieri di molti
cristiani): se qualcuno aveva una malattia voleva dire che non era puro e che
la sua vita o quella dei suoi genitori prima era stata vissuta nel peccato.
Ecco … io
sta volta voglio provare a pensarla così: gli amici del malato sfidano Gesù e
gli portano davanti un fatto concreto e indirettamente gli dicono “ facci
vedere qui dov’è l’amore di Dio!” … è legittimo tutto questo.
E dove sta
la loro fede per la quale Gesù dice che attraverso di essa sono rimessi i
peccati del malato? Sta nel credere possibile il dialogo. Gesù vuole che il
rapporto tra l’uomo e Dio Padre non sia passivo e tantomeno sia frutto di paure
e minacce. Dio si fa accanto a noi e vuole che noi non abbiamo paura di Lui,
anche se dovessimo chiedergli spiegazioni di cose che subito non comprendiamo.
Ecco che
allora Gesù accoglie la sfida degli amici, che addirittura calano forzatamente
dal tetto il paralitico, come un gesto di fede, di fede autentica, di fede vera
che si pone domande e che non ha paura di interagire con Dio anche e
soprattutto quando non capisce.
E’
attraverso quella fede che Gesù dice “ gli sono rimessi i peccati”, ma non quei
peccati che secondo la tradizione ebraica gli avrebbero causato quella
malattia, bensì il peccato di non aver creduto nell’Amore, il peccato di
essersi lasciato andare.
Ecco che
subito i benpensanti di turno (quanti ce ne sono ancora oggi!!!) si
scandalizzano, ma non hanno il coraggio che hanno gli amici del malato che
scoperchiano il tetto, e nel loro cuore pensano subito chi è costui che “si
permette” di dire così. Non guardano il gesto d’amore che Cristo, dicendo il
volto del Padre, compie, ma guardano alle leggi terrene fatte dagli uomini e si
basano su di esse.
Gesù li
smaschera. Mentre elogia la fede degli amici, qui si indigna dei pensieri degli
scribi che sono duri e tardi di cuore: “perché pensate così?” domanda che fa
sprofondare nella vergogna chiunque! E da lì decide di compiere il secondo
segno, quello di guarire.
Sì il
secondo segno perché il primo è stato quello di far vedere che la fede, se
onesta, è un cammino che ci porta a Dio, anche quando è vissuta nell’incomprensione
dei fatti purchè sia autentica. Un uomo è vero non quando dice sempre “sì”, ma
quando chiede ragione di ciò che fa e di ciò che è.
Gesù premia
il coraggio di questi uomini che si sono presi a cuore la situazione di un loro
fratello che sanno benissimo non ha compiuto nulla di male perché è nato così. Come
fa a sposarsi una situazione del genere con il Dio che sta dicendo Gesù? Non lo
sanno e lo portano direttamente di fronte a lui.
La
risposta dobbiamo capirla noi perché Gesù non gli interessa essere esplicito,
vuole discepoli che facciano esperienza di quell’amore per poterlo annunciare.
L’amore è
possibile anche in certe situazioni estreme se non si pensa che sia una
punizione!
No, Dio,
non è quel despota che ancora oggi molti vogliono farci credere; non è quel
personaggio che a seconda di come si sveglia preme un pulsante e uno di noi
nasce con una malattia ecc.
Dio è un
Padre che nell’Amore si fa vicino a tutti noi e con noi soffre di quella
situazione e accoglie le nostre domande purchè autentiche e sincere; accoglie
non solo le nostre ma anche quelle di chi ci sta intorno e ci ama e nell’affetto
si fa carico delle domande che a volte noi non abbiamo il coraggio di farci.
Ecco cos’è
il cammino di fede di una comunità: è il farsi carico gli uni degli altri delle
domande, anche le più ardite, affinchè la forza di uno possa sostenere la
debolezza dell’altro. Non è forse la forza di quattro amici che ha reso
possibile il trasporto del lettuccio di quel paralitico di fronte a Gesù?
Che ancora
oggi ci siano amici nostri così autentici che quando saremo nella nostra
paralisi della fede ci conducano con fiducia di fronte al Cristo e che la loro
fede faccia si che il nostro dubbio si sciolga nelle parole di Gesù che ci
rivolge siano ancora una volta “destati e cammina…”
Destami o Signore
e fammi camminare nella fede
destami Signore
e rendimi desto per i fratelli
così che una volta guarito
della mi incredulità
possa farmi carico
delle domande del prossimo

Davvero interessante questa riflessione sui "quattro", caro Fiorenzo!
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